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venerdì 24 dicembre 2010

Buon Natale!

Gesù è nato per noi, per salvarci e renderci simili a Lui, Uomo-Dio. Rallegriamoci per tale dono!

lunedì 29 novembre 2010

La Natività di B.Congdon

di Pigi Colognesi

C’e una disarmata fragilità nella Natività di William Congdon che campeggia sul manifesto natalizio proposto da CL che si può trovare appeso in case, uffici e scuole. È stata dipinta nel 1960 e il suo autore, allora quarantottenne, è battezzato soltanto dall’anno precedente. Muove i primi passi nella Chiesa cattolica, seguendo come un bambino le indicazioni che gli vengono date. Soprattutto da parte di don Giovanni Rossi, il fondatore della Pro Civitate Christiana di Assisi che lo aveva conosciuto qualche anno prima, poi atteso e abbracciato al culmine della disperazione nell’agosto del 1959.



Congdon aveva cercato dappertutto, letteralmente in tutte le parti più belle del mondo, l’immagine che, attraverso l’arte, potesse redimere un’esistenza posta sotto il segno del naufragio, dell’insicurezza, dell’assenza di paternità. Aveva avuto un notevole successo nelle prestigiose gallerie di New York, ma non era stato sufficiente. Quanto più viaggiava in cerca dell’autentico, tanto più l’esile zattera dell’arte perdeva pezzi, lo lasciava sempre più solo e disperato, in balia dell’immensità del mare tanto amato e altrettanto temuto. Il gorgo lo inghiottiva.

Naufrago per l’ennesima volta dopo l’ennesimo viaggio, Congdon è tornato da don Giovanni, senza più nessuna energia. Allora, sorprendentemente, il sacerdote gli ha detto che era pronto per ricevere il battesimo, poteva rinascere da un’altra acqua. Ha accettato. Senza neanche sapere bene cosa fosse il cattolicesimo e come si facesse a viverlo. Perciò ha seguito quello che gli veniva suggerito: dipingi i principali misteri della fede. Ad esempio la Natività.

Il nero pavimento assomiglia alle intricate vie delle città formicolanti che aveva un tempo dipinto; ma ora non sprofonda, sostiene. Le pareti intorno sono simili alla voragine risucchiante del Colosseo o al dirupo da cui Positano cade in mare di vecchi quadri; ma ora diventa la calda scenografia dell’evento, l’abbraccio a qualcosa di fragilissimo, ma reale: quella donna seduta, poco più che una spatolata di tenero azzurro, e suo figlio, nient’altro che un bozzolo bianchissimo. Non poteva proferire altro che questo balbettio il neo cattolico William Congdon.

Ma su questo bozzolo, che è anche un seme, s’appoggia come a centro sicuro tutta la composizione. E si appoggerà tutta la sua vita. Sull’orlo delle pareti, in alto, non ci sono più le case pericolanti di Roma o New York, né i palazzi traballanti di Venezia; ci sono i cori angelici, una festosa confusione di ali. Solo tre anni prima ben altre ali avevano occupato, nere, distese, aggressive, tutto lo spazio del quadro: quelle dell’avvoltoio visto in Guatemala, uccello annunciatore di morte e che di morte si nutre. Angelo funereo che a Congdon parve annunciare la sua stessa morte.

Sopra Maria e il Bambino, quasi invisibile, una capanna dagli esili sostegni e dal tetto traballante. È la casa, il luogo del riposo, del conforto, l’approdo di ogni viaggio. È la Chiesa. Allora, in quel 1960, Congdon non sapeva ancora che forma avrebbe preso per lui questa dimora. Sarà la compagnia del movimento di CL, con la quale camminerà per il resto della vita. In essa scoprirà che per essere artista cristiano non è indispensabile trattare argomenti sacri.

Lui aveva sempre dipinto quello che i suoi occhi vedevano: città, monumenti, deserti. Nella nuova dimora tornerà a questi suoi soggetti. Attraverso un itinerario non privo di fatiche comprenderà che quel Bambino, quel bianco seme, è il fondo di cui consistono tutte le cose che si vedono. E lietamente dipingerà campi, piogge, alberi e colline trasfigurate dalla percezione della loro gloria. La gloria della salvezza di tutti gli uomini e di tutte le cose che è iniziata con la disarmata, potentissima, fragilità della Natività.

da ilsussidiario.net

mercoledì 20 ottobre 2010

Gran Torino

Cominciamo con un riassunto del film, di Beppe Musicco, tratto da Sentieri del cinema.

recensione

«Quella di Clint Eastwood è un’opera che lascia senza fiato. A 78 anni, e dopo Changeling, erano in molti a prevedere che Eastwood avrebbe scelto espressioni più descrittive o si sarebbe ritirato. Noi non conosciamo i piani di Clint per il futuro, ma una cosa è certa: al momento non c’è nessun altro nel panorama cinematografico mondiale in grado di competere con lui, come attore e come regista.
Ambientato nella Detroit che patisce la scomparsa delle case automobilistiche, Gran Torino inizia col funerale di una donna, la moglie di Walt Kowalski. Lui ha lavorato per una vita alla Ford, ha combattuto in Corea e non vuole lasciare la sua villetta con la bandiera che sventola sulla facciata, in un quartiere abbandonato dagli americani e ora popolato di asiatici. Walt è un uomo “tutto di un pezzo”, che non ha bisogno di niente e di nessuno e di certo non cerca di essere accondiscendente: disprezza i due figli maschi, per come hanno educato i loro figli e perché sa che lo vorrebbero in un ricovero, rinfaccia al prete che lo viene a trovare la sua inesperienza di fronte alle tragedie della vita, sembra odiare cordialmente i vicini asiatici, che chiama senza timore “musi gialli”. Quando poi il ragazzo di questi, Thao, cerca di rubargli l’unica cosa di cui sembra realmente orgoglioso, la splendente Ford Gran Torino che conserva con cura maniacale, Walt sembra pronto a imbracciare il fucile usato in guerra e farsi giustizia da solo.
Ma la vendetta di una gang di asiatici sul ragazzino (il furto doveva essere un prova di coraggio per essere ammesso) sposta la canna del fucile di Walt, e la direzione della storia. Il rude Kowalski si alza dalla sua veranda dove è solito tracannare birra e fa la conoscenza coi vicini; impara che non sono coreani ma hmong (che vivono tra Cambogia, Laos e Vietnam), fa la conoscenza con Sue, sorella di Thao. Soprattutto inizia a sviluppare un particolare sentimento nei confronti di Thao, facendosi carico dei problemi materiali del giovane, ma anche introducendolo al mondo dei grandi, dandogli delle prospettive, comportandosi insomma come un padre. Ci sono momenti veramente toccanti e delicati nel film su questo argomento, ma la tragedia incombe. Kowalski non vive nel migliore dei mondi possibili e la ricerca della pace interiore, ben evidenziata nei dialoghi con l’insistente pretino, deve fare i conti con una realtà violenta e disumana, davanti alla quale il protagonista sarà chiamato a scelte che non lasceranno scampo.
La vita e la morte, la gioia e il dolore, il dono di sé: tutto ciò è comprensibile solo nel rapporto, ci dice Clint Eastwood. E tutti abbiamo bisogno che continui a ricordarcelo.»

per un giudizio

Non sono del tutto daccordo con Musicco. Il tema del superamento del razzismo è bello, ma sa tanto di ovvio, di politically correct. Il punto centrale del film è la fine, quando il vecchio si fa uccidere (perché è questo che fa), pur di incastrare la gang che ha stuprato Sue: è giustizia (magari martirio) o (una forma raffinata di) vendetta?
Certo, non lui uccide, ma si presenta alla gang per essere ucciso. Questo lascia un po' di amaro in bocca, per un certo cupo pessimismo che ne trasuda, per una protestantica cristallizzazione nel male, ad onta della insistente presenza di un prete cattolico. Prete che, nel funerale finale del vecchio ammette di avere imparato da lui, come arrendendosi al presupposto, protestante, della insuperabilità del male.

lunedì 13 settembre 2010

Congdon, i crocifissi - secondo Cacciari

Quale Dio in croce?
CACCIARI
Tra male e amore l’uomo-Signore che s’inabissa in terra
Cur deus homo? È forse l’interrogazione dell’arte figurativa dell’Europa o Cristianità, che ha per questo nel Crocefisso il suo topos più estremo. Perché Dio assume questo volto disfatto? Patisce questa morte maledetta? Holbein aveva disegnato ai margini del suo esemplare dell’Encomion moriae di Erasmo un Cristo con il berretto dei folli... Non è follia volersi incarnare? Di fronte a questo mistero si ergono i Crocefissi dei Cranach, le Passioni di un Grünewald, il Cristo deriso di Bosch e il Calvario di Bruegel, il grande Crocefisso del Velàsquez, col capo reclino, il volto coperto dai capelli (come nel Crocefisso 2 di Congdon), la cattura del Cristo di Goya. Ma tra tutte queste immagini la più affine a quelle di Congdon a me pare il Cristo disegnato da Juan de la Cruz: uno scheletrico squarcio, colto dall’alto, dal culmine dell’abbandono. Poiché questa è l’icona del Cristo che Congdon patisce: quella del radicale abbandono.

Di più: egli non dipinge un’immagine, ma il grido dell’abbandono. Quella creatura, i cui tratti vanno disfacendosi, il cui dolore de-liradai limiti della sua carne, per trasformarsi in dolore del corpo del mondo – quella creatura non chiede se è stata abbandonata, ma perché. Perché un abisso si spalanca tra quel corpo appeso e la Maiestas domini? Congdon ha visto un «buco» nel suo Crocefisso: un abisso, appunto. Il Crocefisso non sembra indicare altro che l’abisso. Eppure quale forza straordinaria si sprigiona proprio da questa icona dell’abisso che ci separa dalla Maiestas divina? Come può questo grido che suona di disperazione, apparire come atto di fede e di amore? Osservando la stessa struttura compositiva dei Crocefissi di Congdon è questo il dramma che sconvolge: tutto vi sembra partecipare, la tessitura cromatica è lacerata catastroficamente – eppure, proprio questo parla di anastasis, proprio lo sprofondare nel «buco» di questo «dolore diventato corpo» parla di resurrezione.

Cur deus homo? Nessuno potrebbe reintegrare la ferita se non Dio. Troppo grande è l’abisso che quella ferita ha aperto perché una potenza umana possa salvare. E questo abisso deve far vedere il pittore del Crocefisso. Ma, un tempo solo un uomo, una creatura così ferita, deve voler accogliere la possibile salvezza, l’ad-ventus imprevedibile. Solo un uomo deve voler bere il calice fino all’ultima feccia. E solo un Dio può salvare. Ecco il nodo che deve potersi mostrare in un’immagine sola.

sabato 21 agosto 2010

Non è un paese per vecchi (No Country For Old Men)

Mi permetto di pubblicare questa recensione apparsa su Sentieridelcinema.it, un ottimo sito sul cinema, condividendola pienamente. Il film, lo dico en passant, mi ha avvinto, pur lasciando dell'amaro in bocca infatti appare segnato da accenti di autenticità.


2007, Usa, Regia di: Ethan e Joel Coen
Cast principale: Tommy Lee Jones, Josh Brolin, Javier Bardem, Kelly McDonald, Woody Harrelson
Valutazione: Imperdibile

Un cacciatore incappa in un massacro tra corrieri della droga e si impossessa di una borsa piena di soldi. Sulle sue tracce si mette un killer psicopatico e uno sceriffo che cerca di salvargli la vita.
Recensione

È un America spietata e senz’anima quella che McCarthy svela nel suo libro “Non è un paese per vecchi” e portato sullo schermo dai fratelli registi Ethan e Joel Coen. Dovrebbe titolarsi forse, “Non è un paese per nessuno” a sentire le parole dello sceriffo Ed Tom Bell (Tommy Lee Jones), di fronte alla marea montante e irrefrenabile di un crimine disumano e totalmente privo di senso. Mentre scorrono le immagini di un Texas assolato e spoglio, sono le parole fuori campo dello sceriffo le prime che ascoltiamo. Bell ricorda di quando ha arrestato un giovane omicida che sarebbe di lì a poco andato – senza rimorsi -sulla sedia elettrica, e sullo schermo comincia l’impressionante sequenza di delitti di Anton Chigurh, un killer che gira con una pistola ad aria compressa usata nei mattatoi, con la quale senza esitazioni uccide chi gli si para davanti. Chigurh è stato prezzolato per trovare Llewellyn Moss, un uomo che mentre era a caccia si è imbattuto in un massacro tra trafficanti di droga. Moss è un uomo normale; fa il saldatore, ha una moglie, conduce una vita onesta. Ma di fronte a due milioni di dollari abbandonati in un furgone circondato di cadaveri, chi non sarebbe tentato? A tradirlo è un gesto compassionevole: mentre torna sul luogo del massacro per portare acqua all’unico superstite, viene visto. E comincia la caccia.

I fratelli Coen sono la coppia di registi cui molto deve il cinema degli ultimi anni (“Barton Fink”, “Mr. Hoola Hoop”, “L’uomo che non c’era”, “Il grande Lebowski”, “Fratello dove sei”), ma quello che più viene in mente guardando questo film è senza dubbio “Fargo”, un’opera magistrale sul crimine e le sue motivazioni. Confrontarsi con un’opera di McCarthy non è certo una cosa semplice e molti (fuori dell’America, principalmente), hanno visto il film dei Coen come un depauperamento del romanzo dello scrittore, considerato uno dei massimi viventi (di cui si stanno girando le versioni cinematografiche de “La strada” e “Meridiano di sangue”). Nel libro, a far da contraltare alla crudeltà di cui il testo è disseminato, ci sono le parole che lo sceriffo dice alla moglie, ai suoi vice o semplicemente a se stesso, quando osserva con disincanto come la droga e il denaro stiano cancellando ogni forma di umanità, a partire dalle cose che sembrano più semplici e banali. È vero, non tutto è stato riportato nel film, che ha un andamento molto più concitato e compresso, e forse la cosa di cui si sente più la mancanza è la riflessione finale dello sceriffo sul motivo e il significato del lavoro. Ma l’opera dei Coen riesce comunque a mantenere il tono che McCarthy ha impresso alla storia, grazie alla felicissima scelta degli interpreti: Javier Bardem, con un’espressione pietrificata e un’acconciatura incredibile riesce a trasmettere perfettamente l’alienità di Anton Chigurh; Josh Brolin, nei panni di Moss, che si assume la responsabilità della sua irrimediabile scelta; ma soprattutto Tommy Lee Jones è esattamente come il lettore si immagina debba essere lo sceriffo Bell. Asciutto, misurato, ironico, come quando sembra temere più la moglie dei criminali cui dà la caccia. E tragicamente consapevole di quanto sta accadendo: «Tutto comincia quando si inizia a trascurare le buone maniere. Quando non senti più dire “signore” e “signora”, sai che la fine è vicina». “Non è un paese per vecchi” probabilmente non è un film perfetto, ma di certo è uno dei migliori che i Coen abbiano girato e si merita fino in fondo le statuette vinte all’Oscar 2008.

Beppe Musicco

venerdì 13 agosto 2010

CALIGOLA e il dramma del desiderio

di Davide Rondoni

Vent’anni di limature. Fino a riscriverla tre volte. Ad inaugurare la kermesse riminese sarà la pièce su cui Albert Camus ha lavorato tutta la vita. Dove, attraverso il celebre imperatore, dà voce allo struggimento dell’uomo: «Voglio l’impossibile». E provoca ognuno ad una scelta: o far cadere quella domanda, o lasciare che ci renda protagonisti nel teatro dell’esistenza

Ci ha messo vent’anni. E tre versioni. Ci ha lavorato su tutta la vita. Perché Caligola è tutto quel che Albert Camus poteva dire. Che aveva detto altrove, in romanzi ammirevoli. E in altre pièce, saggi, in polemiche. Ma Caligola ha dato corpo e voce a tutte le altre parole. Le ha fatte diventare “uno”, un corpo e un volto. Un personaggio che “fa pensare”, come vien detto sulla scena. Anche se ormai le parole di una famosa scena, «voglio la luna», le canta Emma Morrone - la vincitrice di Amici in testa alle hit parade - e non più i sedicenti rivoluzionari di casa nostra che semmai gridano di volere Santoro in tv o qualcuno in galera. «Voglio l’impossibile», dice una delle battute più celebri del dramma.
La versione iniziale, del 1941, cui qui si fa riferimento, è quella più ricca e pervasa da motivi che poi l’autore, in quella più nota del 1944 (andata in scena nella Francia sotto bombardamenti e dunque letta molto spesso in chiave “politica” anti-hitleriana) e poi nelle successive riedizioni fino alla morte, provvederà ad “asciugare” e a togliere. Per pudore, per stanchezza, per rastremazione stilistica. Ma qui, proprio nella ricchezza e nella esuberanza di questioni, si coglie forse meglio da quali cavità viene il carattere principale del personaggio creato da Camus con il nome del celebre imperatore romano: l’inafferrabilità. Che è come dire il carattere somma di tutti gli altri caratteri. L’inafferrabilità di un uomo che ha deciso - a seguito della perdita di quanto gli dava felicità, ovvero l’amata Drusilla - di essere “logico” con la finitezza e il potere. «Prima di sapere che c’è la morte», dice nelle prime scene Caligola, «tutto mi sembrava credibile. Perfino i loro dèi, le loro speranze, i loro discorsi. Ora non più. Ora non mi rimane altro che questo futile potere di cui tu parli». Il potere massimo, quello dell’imperatore, diviene il luogo di verifica, si potrebbe dire, della possibile libertà dell’uomo. A colui a cui tutto è consentito, è concessa l’esperienza della libertà come soddisfazione? È concessa la luna? Anche se il passato gli aveva concesso la luna, anche se nell’amore per la sua Drusilla ha avuto quella luna tra le braccia, il presente non gliela porta più. E nemmeno il dolore per la perdita è l’ultima parola.
Caligola lo sa bene. Non c’è un’ultima parola, nemmeno nelle esperienze più dure e profonde. Né il dolore, né la viltà, né la crudeltà, e nemmeno la tenerezza dicono l’ultima parola sulla vita, che è perseguitata da una tensione assoluta: «Ecco cosa mi perseguita. Questo andare oltre...», dice come un Ulisse dantesco pieno di amarezza. «Nelle mie notti senza sonno ho incontrato il destino: non puoi immaginare che aria idiota che ha. E monotona...». Questo disvelamento, che atterrisce e al tempo stesso spegne e consegna la vita a una sospensione assurda tra aspirazione e prostrazione.

Come Dante. E infatti Caligola appare ai suoi interlocutori più vicini, agli stessi congiurati, incomprensibile. Ha accettato di essere “logico” con questo disvelamento e con questa alternanza tra struggimento per la tensione alla conquista di qualcosa di “impossibile” e la caduta in una specie di suprema indifferenza per tutto. Perciò sembra giocare con la strage, dando nessuna importanza alla morte che sparge intorno a sé in modo tanto ironico quanto feroce, e sembra disfare ogni fondamento al potere proprio mentre ne attua in modo sconcertante gli arbitrii più folli.
Il Caligola di Camus si trova, in partenza, esattamente nella stessa situazione di Dante. Aver perso la donna amata lo getta nella selva oscura. Il dramma, infatti, si apre con Caligola cercato dai senatori e dalla corte perché erra come un pazzo dopo la morte di lei. Anche qui, come in molti capolavori della letteratura, la vicenda appare segnata da un conto aperto con il destino. Un trauma, cioè un colpo subito e che scuote ogni possibilità di pacifico “accordo con la vita”. «Come si può continuare a vivere con le mani vuote quando prima stringevano l’intera speranza del mondo? Come venirne fuori? (scoppia in una risata falsa, artificiosa). Fare un contratto con la propria solitudine, no? Mettersi d’accordo con la vita. Darsi delle ragioni, scegliersi un’esistenza tranquilla, consolarsi. Non è per Caligola».

L’assurdo e il destino. La vita per l’imperatore diviene perciò “esecuzione”, termine che ha il triplice valore di performance teatrale, privilegio di boia, e inevitabile azione secondo una necessità stabilita e ineluttabile. La non-tranquillità di Caligola contrasta con tutti i generi di tranquillità dei personaggi che lo circondano, i senatori, l’amante, i sudditi. La sua inquietudine lo porta a vestire i panni di una grottesca Venere (dea dell’amore e della nascita del mondo) o del più buono tra gli uomini che, al pari di Dio, pensa di poter ridare l’innocenza a chi ha commesso la colpa, come accade con uno dei suoi congiurati, una specie di personaggio alter ego, Cherea. Il quale sa della vita le stesse cose di Caligola, ma si comporta diversamente. Anche io, dice Cherea, «ho voglia di vivere e di essere felice. E credo che le due cose non siano possibili se si spinge l’assurdo fino alle estreme conseguenze».
L’assurdo, appunto, è la presenza del destino, che ha quel volto idiota. Mentre Caligola sa che ogni azione è perciò in fondo uguale, imprigionata nell’impotenza di avere (riavere) la luna, Cherea accetta invece che per una convenzionale felicità nella vita certe azioni valgano più di altre. Ma per lo stesso motivo deve eliminare Caligola, che più che odiato è “scomodo”.

«Sono ancora vivo!». Il testo nasce a ridosso della grande stagione teatrale e letteraria dell’assurdo. La stagione di Beckett, di Ionesco e di altri grandi drammaturghi e scrittori. L’esperienza devastante della Seconda Guerra mondiale mise un sigillo anche socio-politico a questa conoscenza del destino come “assurdo”, e la vita una poesia sulla morte. «La recito a modo mio, tutti i giorni», dice Caligola. Camus mise la sua forte, acuta intelligenza nella lavorazione, e le sue ferite e le sue fascinazioni di uomo. Il suo sguardo che conosceva il deserto e i colori d’Algeria. La conoscenza della lotta politica e culturale.
Ci sono molti momenti in cui al lettore e allo spettatore si rivelano verità estreme della vita. Anche scomode o perturbanti. E il grido finale di Caligola mentre muore («Sono ancora vivo!») si fissa, quasi come sguardo di medusa che pietrifica. O meglio, che incide con il fuoco l’esistenza di una figura umana che desidera l’impossibile e per questo scardina ogni luogo comune obbligando a “pensare”.
Il lettore che non indietreggia di fronte a questo sguardo ha due possibilità. O compiangere e detestare Caligola, oppure lasciare che quella domanda passi sulle proprie labbra, butti sottosopra la propria esistenza, lo renda strano e inafferrabile agli occhi di tutti. Lo renda un “personaggio” in questo teatro di gente che invece s’è messa d’accordo con la vita.

Tratto da Tracce, N.5, Maggio 2010

lunedì 21 giugno 2010

È QUASI L’ALBA, DOTTOR SCHWEITZER!

di Lorenzo Fornasieri

Grande e triste, forte come una montagna, cristallino come un iceberg.

Un iceberg si vede da lontano e incute il senso del “sublime”: una paura misteriosa, troppo grande per noi, troppo ancora invisibile. Ciò che vediamo subito sulla superficie delle acque del sentire e pensare e fare umani, è l’amore per la musica che accompagnò per ottant’anni la lunghissima vita di Albert, senza mai divenire la sua occupazione principale. Quasi una seconda prima natura; quasi l’eco sensibile di un canto al lui stesso incomprensibile.

Che cosa ci nasconde dunque o a che cosa ci invita questo grande del secolo passato? Egli che ebbe come “punti di applicazione” della suia straordinaria energia la filosofia, la teologia, la musica, la medicina?

Mi si permetta qui un cenno autobiografico. Ero poco più di un ragazzo quando “incontrai” Albert Schweitzer per la prima volta vedendolo (per caso?) in una bellissima intervista televisiva, condotta da Sergio Zavoli. Il grande Dott. Schweitzer era nella sua missione di Lambarenè. Era il Luglio del 1965. Le note della “Toccata e Fuga in re minore” sottolineavano i dialoghi. Ricordo che in quei giorni corsi da padre Alberto Fontana, organista a Santa Croce in Milano, (sarebbe partito per la Costa d’Avorio all’età di 47 anni), per farmi mostrare quella partitura: mi aveva affascinato e dovevo suonarla anch’ io. Qualche mese dopo, infatti, mi chiesero senza mezzi termini di accompagnare le messe: avevo quindici anni ed ebbi l’onore di suonare il Balbiani-Vegezzi-Bossi di 1800 canne da poco installato in Santa Croce. Più tardi avrei sempre suonato quella Toccata all’ingresso della sposa, in ogni celebrazione di matrimonio, sorprendendo un poco i vari celebranti, che però forse vi sentivano l’inizio di una vita nuova…

Nell’intervista citata mi colpì, oltre allo stanco camminare del novantenne Dottore fra i “viali” del suo ospedale, una frase: Sergio Zavoli gli domandava, alludendo alla conclusione della mirabile vita (che poi sopraggiunse in ottobre): «Le sembra di aver speso bene la sua vita?» il Dottore rispondeva: «Prima di tutto spero di averla spesa». Mi affascinò questa risposta (eravamo tutti un po’ kantiani): ora riconosco che fioriva su una vita spesa sperando che questo imperativo categorico fosse accetto al Cristo, sempre più lontano nella storia, sempre più irraggiungibile e impossibile contemporaneo come Gesù di Nazaret.

Di qui l’animo grande e triste di Schweitzer, che però è l’ animo vero del grande organista e amante di Bach. Del grande di Eisenach l’ alsaziano Schweitzer dice : “…in lui c’è una tristezza profonda e un sognante misticismo”. E siamo all’ inizio di più strade: parliamo del teologo, del pastore che teneva i sermoni sulla intangibilità della vita anche nelle sue forme più tenui, riflettendo sul comune sentire delle religioni -specie orientali -nella Strasburgo del primo dopoguerra? Parliamo del filosofo incantato da Kant ma debitore, forse inconsapevole, della Sinistra hegeliana fino a negare una possibile vita di Gesù come nostro contemporaneo, come il Cristo di una fede storicamente e storiograficamente possibile? In fondo

l’ impegno teoreticamente principale di Schweitzer fu nell’ analisi delle vite di Gesù redatte in area per lo più germanica tra il 1750 e il 1890: dove si rileva ovunque una forzatura razionalistica per espungere il mi -racolo dall’ operare storico di Gesù. Si voleva vedere il progresso dell’ Idea del religioso ,che sarebbe caduto quale scorza mitologica (il messianismo giudaico) nella via della grande e ultima liberazione dell’ uomo . Questo è poi il nucleo dell’ ateismo del Novecento.Oppure parleremo del “ Musicista poeta” cioè di Bach secondo Schweitzer? O diremo di Sachweitzer organaro? O di lui come medico appassionato all’ umanità dolente dei fratelli nell’Africa della lebbra e di altre epidemie e piaghe devastanti specialmente i bambini?

Sulla teologia è stato redatto di recente un dossier su Humanitas del marzo 2009, dove illustri studiosi chiariscono le categorie così complesse che si delineano quando si voglia scrivere un vita di Gesù.

Qui, più semplicemente, si vuol dare un cenno su Bach secondo Schweitzer. In questo caso dire Schweitzer è come dire Bach: tutto il suo impegno di esecutore, di musicologo, di organaro (sic!) è imperniato sul grande di Eisenach. Questo fenomeno è peraltro abbastanza frequente: quando un musicista si addentra nello sterminato campo dei temi dei testi delle cantate dei concerti per violino solo, per cembalo e violino, decide benpresto di dedicarvi la vita.O ,per meglio dire, si rende conto che ne sarà presa la vita intera. Così con G. Gould, con il contemporaneo Brahmani, con la più grande pianista russa del Novecento , Maria Judina. In particolare quest’ ultima, prima di fede ebraica, poi cristiana, fu capace di incantare Stalin che fece il vien facile alzare lo sguardo a certi vertici. Bisogna dire che, pur avendovuoto attorno a lei uccudendo molti ma risparmiandola e tenendo care le sue incisioni. Judina fu interprete somma principalmente di Bach, ma grandissima anche in tutti gli autori che affrontò: sarà ricordata in varie occasioni in quest’anno 2010, anche al Meeting di Rimini ,con il contributo dell’ ultima sua discepola, la pianista Marina Drozdova.

In Schweitzer dunque un amore ai testi delle cantate, un percepire dentro quei testi biblici (rimaneggiati a volte non felicemente da Picander): Bach –ci dice Schweitzer- legge, sente, evoca delle immagini con occhi quasi di pittore. Tutto è sentito come da celebrarsi, come appunto sacro rito, liturgia. L’ appercezione del respiro religioso della Scrittura come appare nei testi suggerisce una costruzione architettonica. Archi, volte, cordoli,lunette, e ancora guglie, riccioli di marmo, icone, policromie di marmo…Bach porta a fioritura ogni germe che sorprende nei testi, quasi incarnandoli in sé (ma per noi – e qui è veo Maestro) . E’ uno sgorgare inesausto di temi che vengono cantati accresciuti, rivisitati. Bach, in fondo, respira del respiro delle Scritture e dell’ azione liturgica. Il ruscello ( Bach significa “ruscello” !) sembra zampillare di acqua sempre nuova che scende all’ oceano delle anime che verranno nei secoli per saziare la sete di bellezza.

Nel suo bellissimo libro Il Musicista poeta, Schweitzer enuclea una serie di immagini che si aprono in disegni e ritmi sul pentagramma e che attraverseranno tutta la sua musica e la sua vita: dai tratti giovanili ai momenti di splendida senilità.

I temi della calma, della goia, del tentennamento; i colpi della flagellazione, il tripudio (scalette ascendenti) degli angeli; il rantolare della morte ( sincopati descendenti). Il male come tradimento, come serpeggiare del serpente ( intervalli di seste puntate); il doloroso incedere di Cristo (scale discendenti) sul Calvario; il lamento degli amici sul Cristo morto (cromatismo discendente sincopato)…

Questi pochi esempi fanno dire a Schweitzer che c’è un unico respiro nella musica di Bach e un unico movimento in quattro tempi: l’ incarnazione, la passione,la discesa agli inferi e l’ esplosione della resurrezione. Ma se questo è l’ Evento centrale della realtà come tale, tutto il mondo , tutte le cose vi partecipano rivestendo la loro propria natura di colori e venature che hanno il sapore e il disegno sempre nuovo della natura: la primavera, i fiori, il galoppo della partita di caccia, lo sciacquio delle acque, la luminosità di un vestito di sposa… Bach scrive anche cantate “profane”: sono in realtà celebrazioni di tutto lo spettro dell’ umano, così che non c’è nulla di non sacro: tutto è sanabile e salvo, fino a una celebrazione cosmica anche delle munuzie.

Bach è “il Musicista pittore”: con la sua tavolozza dipinge l’ ora della sera, la forza giovanile dela primavera, l’ inverno e la morte dell’ anno vecchio subito risonante della baldanza dell’ anno nuovo; le onde del Giordano, la calma placida del lago di Tiberiade con i rintocchi delle ondine sulla spiaggia…

Schweitzer fu bersagliato dalla critica formale, che vedeva il “ bello musicale” come assolutamente staccato da ogni dinamica del sentimento: ma come chiedere questo astrattismo a chi vive e sente profondamente le problematiche esistenziali della teologia luterana? Del resto l’ anima tedesca è fondamentalmente sentimento: lo rivelerà la tempesta del romanticismo. Si critica questo voler vedere quasi sempre un Bach descrittivo. Eppure il fluire della musica europea stava passando dal melodramma, attraverso Beethoven e Brahms alla tragigità wagneriana e alle coloriture pre impressionistiche di Lisz. Bach dolcissimo e appassionato nelle arie (troppo italiane dice Schweitzer) rimane un architetto ben fornito di matematica e compassi…) Eppure anticipa soluzioni rivoluzionarie che penseremmo solo inaugurate dal genio irrequieto e irrisolto di Beethoven: il compositore delle cantate comincia dei brani su un intervallo armonico di settima!...

Bach contempla ciò che avviene: la redenzione è una ristrutturazione delle cose attraverso l’ edificazione di un nuovo universo. Lo stesso desiderio della Morte (“Vieni, dolce morte) non è disfatta dell’ impresa umana , ma sospiro del compimento. Da questo punto di vista sarebbe interessante confrontare questi passaggi della consegna di sé stessi(”vieni dolce morte”) con la rabbiosa pretesa di chiamare dolce morte l‘eutanasia…

Questa ristrutturazione del reale corre come una nuova strada fianchegiata dai 48 tigli delle 24 coppie di preludi e fughe che presentano al mondo la nuova musica: il temperamento equabile: il clavicembalo ben temperato. E’ la strada indicata che immette nell’ orecchio naturale dell’ uomo un sentire nuovo con una leggera forzatura che apre alle cose nuove: una spinta al desiderio di infinito con appunto la nostalgia inesausta della Totalità. Il sistema ben tempreato, non è perfetto, ma questa sua ferita corrisponde perfettamente alla nuova accelerazione che la storia subisce nella liturgia cosmica cui sopra si accennava..

Bach conosceva bene le problematiche della teologia luterana, eppure si impegna a riscrivere le parti comuni della messa cattolicain latino, accogliendo il sapore di alcuni intevalli dei modi gregoriani; mostrandoci che la musica, il canto non sono cattolici o protestanti, perché è la persona stessa che sente, vive e soffre e il Cocifisso parla a tutti.

Schweitzer organaro ? La passione per lo strumento principe della liturgia lo portò a guardare, smontare, restaurare: fu chiamato in vari Paesi per consulenze sul restauro e sul perfezionamento degli organi:.Questo mettere le mani nei mantici, sui tiranti, nelle ance ,sui somieri; questo reinventare le disposizioni foniche e raffinare i timbri era un sentire la materia che doveva far cantare la musica di Bach. Questi aveva sognato uno strumento che avesse del violino il fraseggiare, dell’ organo le varietà timbriche e la potenza, del clavicembalo la brillantezza;Avrebbe sognato un cassa dell’ espressione (Che fu fabbricata nel romanticismo). Il violino rera il termine di assoluto paragone: nei concerti per violino quante sono le note in triadi o più formazioni di accordo (si pensò ad archetti speciali) Bach come uno scriba che trae dal suo tesoro cose vecchie e cose nuove? Che l’ arte fiorisca sulla materia e dalla materia quale disegno di ciò che l’ anima umana vi appercepisce è vero: è realismo come ricerca di una personalizzazione della materia stessa.Un cogliere la stessa come signata quantitate meae humilitatis: materia che porta la cifra del mio umile abbassamento ad essa, come de-vozione di essa, come offerta a Dio creatore di ciò cho io manipolo, del mio gesto poetico (poiesis) .Materia creata per il canto , per composizioni che pervadano l’ umano in tutte le sue pieghe e sfaccettature. Tutto diviene canto sel’ intenzione è mettere il proprio talento a gloria di Dio: S.D.G. . Soli Deo Gloria era la formula che Bach apponeva al termine di ogni sua opera.

Il Musicista poeta rimane un testo basilare per tutta la critica e la riscoperta di Bach fino alla filologia più rigrosa. Fu scritto nel 1905 al termine di un lungo processo: la prima ricoperta del Kantor ad opera di Mendelsohon. Lì era un sentire in chiave moderna: con la sensibilità e la strumentazione romantica e post-romantica. Come a dire: partiamo sempre dall’ oggi, dall’ uomo vivo che respira, soffre,opera nel suo esser-gettato nel mondo e vuol rivelare i grandi rivivendoli.

Si aprirebbe qui un grande discorso sulla musica sacra e gli strumenti da usare nella liturgia: espressione e geometricità si devono coniugare nella costruzione ad esempio di nuovi organi, che abbiano i timbri di questa grande tradizione tedesco-francese- italiana. Certi eccessi di rigore per la costruzione di strumenti

d’ epoca non tengono conto che anche le cose sono in qualche modo offerenti, pazienti interpreti dell’ offerta liturgica. L’ organo in una chiesa non è mai uno strumento a sé stante a d uso solo di concerti; tra l’ altro la quasi totalità della musica per organo è sacra…

Se Schweitzer accosta Bach, padre della musica, a Michelangelo, noi potremmo dire che Bach è il maestro di color che cantano; mentre Schweitzer è maestro di color che imparano. In tutto ciò cui si applicò, cercò di studiare indagare, cercare tutto con un’ intransigenza sistematica veramente germanica, anche se –da alsaziano- dice di dover parlare e scrivere e pnsare in due lingue…Alla fine della guerra (fu anche prigioniero) gli cambiarono nazionalità; e fu francese…

Quest’ ultimo accenno all’ arte organaria vuol essere una voce per una ripresa della costruzione di splendidi strumenti liturgici nonchè di restauro accurato delle centinaia di organi che da anni sonnecchiano nella polvere di tante chiese. E’ necessaria maggior pratica musicale nei seminari, diffusione della musica sacra e organistica fra i giovani mediante concerti supportati da spiegazioni e introduzioni ad un mondo stupendo, ma molto dimenticato per via di una trascuratezza non certo imputabile allla Riforma liturgica del Concilio Vaticano II. Il dialogo con il mondo contemporaneo passa in modo privilegiato attraverso l’ arte: quanti musicisti tornerebbero alla viva Fonte del Bello in un percorso che è il talento che si trovano per le mani!