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martedì 17 gennaio 2012

"Per Sempre", l'ultimo libro della Tamaro, dove l'amore tocca credenti e non

"Per Sempre"
L'ultimo libro della Tamaro, dove l'amore tocca credenti e non

di Titti Del Greco

ROMA, sabato, 14 gennaio 2012 (ZENIT.org).-“Per sempre”, edito da Giunti, è l’ultimo capolavoro di Susanna Tamaro, triestina, classe 1957 diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma. La trama: Nora è morta da 15 anni, e Matteo, un medico affermato, s’interroga in modo ossessivo su quale possa essere il percorso da intraprendere dopo la perdita di sua moglie, suo figlio Davide, e la bambina in grembo a sua madre. Un viaggio denso di sentimenti tumultuosi e contrastanti: amore e dolore, ricordi che ritornano dal passato e che fanno da cornice a tutte le domande che un uomo, imbrigliato in un lutto così efferato, si pone. Matteo, da anni, si ritira spesso in un paesaggio naturale molto suggestivo, dove vive le sue intense riflessioni delineando i protagonisti passati e presenti della sua vita in un back round che spesso sfiora la lirica. Appare sconcertato da quanto accaduto, e non smette di raccontarsi e di vivere mille volte la sua storia intensa e dolorosa entrando, come Giobbe, in un dialogo intimo con Dio.
Appare evidente fin dalle prime pagine che l’autrice già nota per il grande successo “Va dove ti porta il cuore”, un bestseller che ha venduto più di 14 mila copie in tutto il mondo, creda che le relazioni più profonde, abbiano impresse una sottile valenza di eternità e questa è un’esperienza che viviamo un po’ tutti quando ci capita di imbatterci in una qualsiasi passione… E' come se percepissimo una sorta di naturale esigenza di infinitezza propria dell’animo umano... qualcosa di molto misterioso che sembra essere impresso nella nostro “io ontologico” e che viene a sussurrarci la frase: io voglio amarti per sempre.
Ma soffermiamoci sul protagonista: ciò che si snoda intorno a Matteo sembra richiamare la storia del giusto perseguitato. Matteo vive la felicità di un attimo con Nora e suo figlio Davide ma solo dopo pochi anni, in attesa del secondo figlio perde tutto… La tragedia irrompe nella sua vita a causa di un banale incidente (si parlerà anche di suicidio ma la realtà è che Nora si è schiantata a causa di un aneurisma cerebrale) e in un attimo tutto finisce e nulla più sembra avere senso.
Matteo è l’uomo dei dolori, si interroga , non capisce perché lo scenario della sua mente è completamente stravolto e lui, in prima battuta, si sente catapultato in una sorta di cieco e pagano fato verso una destinazione senza meta, dove ogni sorta di orizzonte appare compromesso. E dovrà fare un lungo cammino di discesa , dovrà sprofondare nell’abisso del dolore (Kenosis) e del non senso prima di recuperare se stesso e la sua più profonda ragione di esistere.
Matteo soffre ma non si ribella e, adesso più che mai, ama ritirarsi in un luogo solitario con una morfologia paesaggistica spettacolare che ne fa da sfondo…..in un impenetrabile nascondimento tra le bellezze del Creato, luoghi molto cari anche all’autrice dai quali si è ispirata per scrivere il romanzo…in una atmosfera - ci ha detto in un’intervista –dove ama camminare in solitudine, immersa nei suoi pensieri per ragionare, riflettere, farsi sorprendere da tutto ciò che la circonda, tra azione e contemplazione, esercitando perfettamente le qualità di Marta e Maria dei Vangeli!
Ma il percorso di Matteo, visto che neppure in ebraico la parola “caso “ non esiste, è una sorta di pellegrinaggio legato ampiamente al credo cristiano e il romanzo che è stato pensato in tale prospettiva , porta con sé tematiche forti . Infatti , se lo analizziamo a fondo, ci accorgiamo che la morte rappresenta proprio il suo filo conduttore. E questo, secondo la Tamaro, perché la morte è il più grande tabù dei nostri giorni. Se guardiamo le cose da un punto di vista antropologico,ci accorgiamo che si vive come se la morte fosse radicalmente bandita. Una sorta di alienazione collettiva tipica di questo mondo capitalista, globalizzato, solipsista, relativista permea il sociale : i più forti si ubriacano con la rincorsa al potere, alla fama, al successo, i più deboli con alcool e droghe di ogni genere. Secondo la Tamaro, invece, se non si affronta il grande mistero della morte non appare praticabile alcun percorso spirituale. “Nessuna indagine, nessuna interrogazione profonda - ha affermato con forza in più di una circostanza - può sussistere senza un’attenta indagine di finitezza”!
Saranno necessari anni di isolamento e di errori perché Matteo, ripeto, tra solitudine e scelte folli , deserti impraticabili e silenzi interminabili si rimpadronisca di se stesso e di tutto ciò che gli è rimasto e che continua a vivere intorno a lui: il padre Guido, il lavoro da medico, il suo piccolo rifugio in montagna, gli amici, l’ergoterapia, lo “sprofondamento “ tra le cose del creato; tutte risorse che, pian piano, ridoneranno senso al suo quotidiano.
Matteo vincerà la sua crisi quando, dal pensiero solitario, ricomincerà a percepire la speranza e a capire che adesso è necessario uscire dalla chiusura in se stesso che lo aveva blindato nel suo ego, per tornare a credere che l’uomo, nel senso più alto, si realizza solo attraverso la relazione e che l’amore rappresenta la via per il compimento di tale traguardo.
Anche il papà di Matteo, Guido è una figura portante del romanzo. Forse ne rappresenta proprio il fulcro forse perché nel pensiero dell’autrice c’era l’idea di restituire forza e dignità alla figura maschile che vive una crisi odierna senza pari.
Guido, cieco e solo apparentemente debole, morirà lasciando una commovente lettera al figlio quale preziosissimo testamento spirituale. Anche questo dettaglio procurerà in Matteo una sorta di spinta a rinascere dal fondo perché sarà il momento della presa di coscienza di “un amore unico e speciale – sostiene la Tamaro - che accoglie, che genera e continua a generare chi si è generato, di un riscatto, di una vera trasfigurazione.
“Per sempre” è un capolavoro dell’amore in un vivere cristiano, è una storia intessuta con la forza di chi crede, come la Tamaro, in valori che sono eterni, è un romanzo che tocca credenti e non perché, ripeto, tutti vorrebbero amare “per sempre”!
Ma è anche un monito per le coppie moderne che si stancano troppo presto di amare, per tutti coloro che hanno paura di amare, e viene a ricordarci che, chi ama deve necessariamente compromettersi.
“Per sempre”, infine, è anche la storia di una tragedia che si compie, di uno sprofondamento disperato del protagonista che, però, sottende un capovolgimento di prospettiva, un impercettibile squarcio di luce che si fa sempre più tangibile e che lascia trapelare che esiste una ineluttabile speranza rivoluzionaria: dentro ogni uomo vive una scintilla divina che, puntualmente, riemerge.

mercoledì 2 novembre 2011

Hereafter

Non è una vera recensione, ma un rapido appunto: si tratta di un al-di-là senza Cristo. Meglio di niente, per carità, ma troppo poco. Va bene che l'umanità si chieda che cosa c'è oltre la morte e si apra all'esistenza di un oltre. Ma questo oltre, se non ha un Nome rimane qualcosa di troppo vago, di ultimamente poco utile.

giovedì 28 luglio 2011

cappella degli Scrovegni on-line

Segnialiamo un sito molto interessante, che permette un tour virtuale alla Cappella degli Scrovegni, in alta definizione (potete zoomare le immagini di moltisssimo senza sgranare): eccone l'indirizzo http://www.haltadefinizione.com/magnifier.jsp?idopera=15&pagina=1#multi&lingua=it

venerdì 24 dicembre 2010

Buon Natale!

Gesù è nato per noi, per salvarci e renderci simili a Lui, Uomo-Dio. Rallegriamoci per tale dono!

lunedì 29 novembre 2010

La Natività di B.Congdon

di Pigi Colognesi

C’e una disarmata fragilità nella Natività di William Congdon che campeggia sul manifesto natalizio proposto da CL che si può trovare appeso in case, uffici e scuole. È stata dipinta nel 1960 e il suo autore, allora quarantottenne, è battezzato soltanto dall’anno precedente. Muove i primi passi nella Chiesa cattolica, seguendo come un bambino le indicazioni che gli vengono date. Soprattutto da parte di don Giovanni Rossi, il fondatore della Pro Civitate Christiana di Assisi che lo aveva conosciuto qualche anno prima, poi atteso e abbracciato al culmine della disperazione nell’agosto del 1959.



Congdon aveva cercato dappertutto, letteralmente in tutte le parti più belle del mondo, l’immagine che, attraverso l’arte, potesse redimere un’esistenza posta sotto il segno del naufragio, dell’insicurezza, dell’assenza di paternità. Aveva avuto un notevole successo nelle prestigiose gallerie di New York, ma non era stato sufficiente. Quanto più viaggiava in cerca dell’autentico, tanto più l’esile zattera dell’arte perdeva pezzi, lo lasciava sempre più solo e disperato, in balia dell’immensità del mare tanto amato e altrettanto temuto. Il gorgo lo inghiottiva.

Naufrago per l’ennesima volta dopo l’ennesimo viaggio, Congdon è tornato da don Giovanni, senza più nessuna energia. Allora, sorprendentemente, il sacerdote gli ha detto che era pronto per ricevere il battesimo, poteva rinascere da un’altra acqua. Ha accettato. Senza neanche sapere bene cosa fosse il cattolicesimo e come si facesse a viverlo. Perciò ha seguito quello che gli veniva suggerito: dipingi i principali misteri della fede. Ad esempio la Natività.

Il nero pavimento assomiglia alle intricate vie delle città formicolanti che aveva un tempo dipinto; ma ora non sprofonda, sostiene. Le pareti intorno sono simili alla voragine risucchiante del Colosseo o al dirupo da cui Positano cade in mare di vecchi quadri; ma ora diventa la calda scenografia dell’evento, l’abbraccio a qualcosa di fragilissimo, ma reale: quella donna seduta, poco più che una spatolata di tenero azzurro, e suo figlio, nient’altro che un bozzolo bianchissimo. Non poteva proferire altro che questo balbettio il neo cattolico William Congdon.

Ma su questo bozzolo, che è anche un seme, s’appoggia come a centro sicuro tutta la composizione. E si appoggerà tutta la sua vita. Sull’orlo delle pareti, in alto, non ci sono più le case pericolanti di Roma o New York, né i palazzi traballanti di Venezia; ci sono i cori angelici, una festosa confusione di ali. Solo tre anni prima ben altre ali avevano occupato, nere, distese, aggressive, tutto lo spazio del quadro: quelle dell’avvoltoio visto in Guatemala, uccello annunciatore di morte e che di morte si nutre. Angelo funereo che a Congdon parve annunciare la sua stessa morte.

Sopra Maria e il Bambino, quasi invisibile, una capanna dagli esili sostegni e dal tetto traballante. È la casa, il luogo del riposo, del conforto, l’approdo di ogni viaggio. È la Chiesa. Allora, in quel 1960, Congdon non sapeva ancora che forma avrebbe preso per lui questa dimora. Sarà la compagnia del movimento di CL, con la quale camminerà per il resto della vita. In essa scoprirà che per essere artista cristiano non è indispensabile trattare argomenti sacri.

Lui aveva sempre dipinto quello che i suoi occhi vedevano: città, monumenti, deserti. Nella nuova dimora tornerà a questi suoi soggetti. Attraverso un itinerario non privo di fatiche comprenderà che quel Bambino, quel bianco seme, è il fondo di cui consistono tutte le cose che si vedono. E lietamente dipingerà campi, piogge, alberi e colline trasfigurate dalla percezione della loro gloria. La gloria della salvezza di tutti gli uomini e di tutte le cose che è iniziata con la disarmata, potentissima, fragilità della Natività.

da ilsussidiario.net

mercoledì 20 ottobre 2010

Gran Torino

Cominciamo con un riassunto del film, di Beppe Musicco, tratto da Sentieri del cinema.

recensione

«Quella di Clint Eastwood è un’opera che lascia senza fiato. A 78 anni, e dopo Changeling, erano in molti a prevedere che Eastwood avrebbe scelto espressioni più descrittive o si sarebbe ritirato. Noi non conosciamo i piani di Clint per il futuro, ma una cosa è certa: al momento non c’è nessun altro nel panorama cinematografico mondiale in grado di competere con lui, come attore e come regista.
Ambientato nella Detroit che patisce la scomparsa delle case automobilistiche, Gran Torino inizia col funerale di una donna, la moglie di Walt Kowalski. Lui ha lavorato per una vita alla Ford, ha combattuto in Corea e non vuole lasciare la sua villetta con la bandiera che sventola sulla facciata, in un quartiere abbandonato dagli americani e ora popolato di asiatici. Walt è un uomo “tutto di un pezzo”, che non ha bisogno di niente e di nessuno e di certo non cerca di essere accondiscendente: disprezza i due figli maschi, per come hanno educato i loro figli e perché sa che lo vorrebbero in un ricovero, rinfaccia al prete che lo viene a trovare la sua inesperienza di fronte alle tragedie della vita, sembra odiare cordialmente i vicini asiatici, che chiama senza timore “musi gialli”. Quando poi il ragazzo di questi, Thao, cerca di rubargli l’unica cosa di cui sembra realmente orgoglioso, la splendente Ford Gran Torino che conserva con cura maniacale, Walt sembra pronto a imbracciare il fucile usato in guerra e farsi giustizia da solo.
Ma la vendetta di una gang di asiatici sul ragazzino (il furto doveva essere un prova di coraggio per essere ammesso) sposta la canna del fucile di Walt, e la direzione della storia. Il rude Kowalski si alza dalla sua veranda dove è solito tracannare birra e fa la conoscenza coi vicini; impara che non sono coreani ma hmong (che vivono tra Cambogia, Laos e Vietnam), fa la conoscenza con Sue, sorella di Thao. Soprattutto inizia a sviluppare un particolare sentimento nei confronti di Thao, facendosi carico dei problemi materiali del giovane, ma anche introducendolo al mondo dei grandi, dandogli delle prospettive, comportandosi insomma come un padre. Ci sono momenti veramente toccanti e delicati nel film su questo argomento, ma la tragedia incombe. Kowalski non vive nel migliore dei mondi possibili e la ricerca della pace interiore, ben evidenziata nei dialoghi con l’insistente pretino, deve fare i conti con una realtà violenta e disumana, davanti alla quale il protagonista sarà chiamato a scelte che non lasceranno scampo.
La vita e la morte, la gioia e il dolore, il dono di sé: tutto ciò è comprensibile solo nel rapporto, ci dice Clint Eastwood. E tutti abbiamo bisogno che continui a ricordarcelo.»

per un giudizio

Non sono del tutto daccordo con Musicco. Il tema del superamento del razzismo è bello, ma sa tanto di ovvio, di politically correct. Il punto centrale del film è la fine, quando il vecchio si fa uccidere (perché è questo che fa), pur di incastrare la gang che ha stuprato Sue: è giustizia (magari martirio) o (una forma raffinata di) vendetta?
Certo, non lui uccide, ma si presenta alla gang per essere ucciso. Questo lascia un po' di amaro in bocca, per un certo cupo pessimismo che ne trasuda, per una protestantica cristallizzazione nel male, ad onta della insistente presenza di un prete cattolico. Prete che, nel funerale finale del vecchio ammette di avere imparato da lui, come arrendendosi al presupposto, protestante, della insuperabilità del male.

lunedì 13 settembre 2010

Congdon, i crocifissi - secondo Cacciari

Quale Dio in croce?
CACCIARI
Tra male e amore l’uomo-Signore che s’inabissa in terra
Cur deus homo? È forse l’interrogazione dell’arte figurativa dell’Europa o Cristianità, che ha per questo nel Crocefisso il suo topos più estremo. Perché Dio assume questo volto disfatto? Patisce questa morte maledetta? Holbein aveva disegnato ai margini del suo esemplare dell’Encomion moriae di Erasmo un Cristo con il berretto dei folli... Non è follia volersi incarnare? Di fronte a questo mistero si ergono i Crocefissi dei Cranach, le Passioni di un Grünewald, il Cristo deriso di Bosch e il Calvario di Bruegel, il grande Crocefisso del Velàsquez, col capo reclino, il volto coperto dai capelli (come nel Crocefisso 2 di Congdon), la cattura del Cristo di Goya. Ma tra tutte queste immagini la più affine a quelle di Congdon a me pare il Cristo disegnato da Juan de la Cruz: uno scheletrico squarcio, colto dall’alto, dal culmine dell’abbandono. Poiché questa è l’icona del Cristo che Congdon patisce: quella del radicale abbandono.

Di più: egli non dipinge un’immagine, ma il grido dell’abbandono. Quella creatura, i cui tratti vanno disfacendosi, il cui dolore de-liradai limiti della sua carne, per trasformarsi in dolore del corpo del mondo – quella creatura non chiede se è stata abbandonata, ma perché. Perché un abisso si spalanca tra quel corpo appeso e la Maiestas domini? Congdon ha visto un «buco» nel suo Crocefisso: un abisso, appunto. Il Crocefisso non sembra indicare altro che l’abisso. Eppure quale forza straordinaria si sprigiona proprio da questa icona dell’abisso che ci separa dalla Maiestas divina? Come può questo grido che suona di disperazione, apparire come atto di fede e di amore? Osservando la stessa struttura compositiva dei Crocefissi di Congdon è questo il dramma che sconvolge: tutto vi sembra partecipare, la tessitura cromatica è lacerata catastroficamente – eppure, proprio questo parla di anastasis, proprio lo sprofondare nel «buco» di questo «dolore diventato corpo» parla di resurrezione.

Cur deus homo? Nessuno potrebbe reintegrare la ferita se non Dio. Troppo grande è l’abisso che quella ferita ha aperto perché una potenza umana possa salvare. E questo abisso deve far vedere il pittore del Crocefisso. Ma, un tempo solo un uomo, una creatura così ferita, deve voler accogliere la possibile salvezza, l’ad-ventus imprevedibile. Solo un uomo deve voler bere il calice fino all’ultima feccia. E solo un Dio può salvare. Ecco il nodo che deve potersi mostrare in un’immagine sola.